In questi giorni ho ascoltato varie volte il nuovo album di Luciano Ligabue, cercando di tralasciare gli aspetti emotivi e concentrandomi su un giudizio meramente tecnico. Ho assorbito i testi, le melodie ed il lavoro di produzione e post produzione compiuto sul disco. Non mi dilungo e non voglio ripetere quanto ho già espresso sul lavoro in sé, che costituisce secondo me un mattone importante della discografia italiana, perché è un’opera sicuramente diversa da tanti altri, innovativa rispetto al canone musicale italiano contemporaneo. Questo è dovuto al fatto che il disco ha subito una lavorazione “esterna” rispetto al Liga-pensiero, è stata affidata totalmente nelle mani di un uomo, Corrado Rustici, che ha prodotto Elton John, Herbie Hancock, Whitney Houston ed altri nomi grandissimi della musica d’oltre oceano, insieme a talenti del calibro di Elisa e Francesco Renga.
Mi piacerebbe parlare un po’ dell’eterna lotta fra la parrocchia di Vasco Rossi e quella di Luciano Ligabue. Sì, perché nonostante i due siano quasi coetanei, vengano dalla medesima provincia italiana e facciano lo stesso genere musicale, spesso e volentieri che ama l’uno non sopporta l’altro ( a dire il vero succede più con i fan del Blasco, che odiano in percentuale più alta il musicista di Correggio). Premetto che non nutro una gran simpatia per Rossi: lo trovo un tantino troppo teatrale nel modo di porsi, un po’ sforzato, in maniera tale che diventi un po’ l’imitazione di se stesso quando canta. Ma partiamo proprio da una impressione personale. Pur non essendo un gran cultore di musica nostrana ( e credo si possa dire, anche facendo parte di una coverband di Ligabue), ho sempre pensato che Luciano fosse più intimista, più personale nella sua produzione lirica. Mentre Vasco ha un modo di scrivere che richiama quasi sempre temi generali, trattati in terza persona e spesso associati a comportamenti di carattere sociale diffuso, Ligabue adora il primo pronome personale e lo usa sempre, anche quando deve parlare degli altri. Altri che, comunque, hanno fatto parte a vario titolo della sua vita. Da osservatore (quasi) obiettivo, io credo che la forza di Ligabue sia proprio nella precisione con la quale incide le sue “miniature” di vita, cercando, in maniera non aulica, ma semplice e diretta, di dirci chi è l’uomo dietro la chitarra, una persona timida, delicata, che non usa la musica come una terapia per risultare aggressivo, ma come un semplice veicolo di narrazione. Ecco perché ogni singolo pezzo di Luciano Ligabue (parlo della produzione in sala incisione) è effettivamente una storia a sé, con i propri suoni, le proprie variabili e i propri strumenti. Vasco è divertentissimo dal vivo, proprio per quella voglia di spettacolo che lo rende così forte, ma nei dischi talvolta non si percepisce la grana di un singolo concetto e bisogna aspettare che la canzone venga riprodotta dal vivo per capirne l’essenza. Forse è solo un modo di interpretare diversamente il ruolo cantautoriale, ma continuo a preferire il menestrello dei guai di tutti i giorni, che a bassa voce ci racconta un po’ di sé, come fosse un po’ di noi.